L’ isola che non c’é… é di plastica!

Tranquilli, non si tratta dell’ennesima recensione del famoso romanzo di J.M Barrie narrante le vicissitudini del ragazzino volante e della fata Campanellino, stavolta non centra Peter Pan o Capitan Uncino, né tantomeno quello che Bennato, in una sua divertente canzone, chiama “quel pendaglio da forca di Spugna”: questa volta centra il nostro pianeta e le nostre solite cattive abitudini…

La raccolta differenziata dei rifiuti negli ultimi anni ha in parte arginato i danni ambientali, ma sta di fatto che finora noi umani ce l’abbiam messa proprio tutta per inquinare e contaminare ogni elemento del pianeta su cui viviamo, non c’è angolo di terra, spazio del cielo e goccia del mare in cui la ‘mano’ dell’uomo non abbia creato guai; niente a che vedere, quindi, col testo di Springsteen nella sua “Uman Touch”, tratta dall’omonimo album del ’92 che narra in un mondo senza pietà la necessità di sentir la sua “lei” fra le braccia e condividere, sentire e ricevere un po’ di quel suo “tocco umano”.
Si tratta purtroppo di quel tocco umano deleterio che sta provocando immensi danni a flora e fauna, almeno è ciò che dicono le news di Arpa Toscana e dalla nave oceanografica Daphne di Arpa Emilia Romagna che monitorando le acque in prossimità dell’arcipelago toscano ha prelevato con reti a strascico ben 4 kg. (ogni ora) di materiale plastico; secondo Legambiente, l’Istituto francese di ricerca sullo sfruttamento del mare (Ifremer) e l’Università di Liegi, nel 2010 le concentrazioni più alte di frammenti plastici erano presenti nel nord tirreno nei pressi dell’Isola d’Elba, si parla di 892.000 microframmenti per chilometro quadrato.
Negli oceani tali problemi sono ancor più gravi, il cosidetto Pacific Plastic Vortex scoperto nel 1997, esteso da un’area grande quanto la Spagna a un’area quanto gli U.S.A. , é un grande vortice di correnti marine a spirale che concentra dagli anni cinquanta, in qualche milione di chilometri quadrati, tonnellate di rifiuti soprattutto plastica a cui i media hanno affibbiato il nome di “isola che non c’è”; a dir il vero occorrerebbe usare il plurale perché a quanto ho letto di queste “isole” ce ne sarebbe più di una, due nell’Atlantico, una nell’Oceano Indiano e due nel Pacifico delle quali quella del Pacifico settentrionale pare essere vasta quanto l’Europa.
In mare ciò che è plastico si fotodegrada producendo inquinamento da PCB mentre il resto, frammenti di piatti, bicchieri, pellicole per alimenti, bottiglie, tappi di plastica, ugelli degli spray, spazzolini da denti (alle Hawaii di tutto questo ne sono stati trovati n° 200.000 per chilo di sabbia), finisce col costituire cibo per tartarughe, uccelli marini e mammiferi quali delfini e capodogli che sono decimati da problemi di soffocamento causati dal blocco del tratto digestivo dovuto all’ingestione di questi materiali in sospensione appena sotto il livello della superficie; centinaia di miliardi di microscopici frammenti di plastica impalpabili che si polverizzano e si disperdono oppure in base alla loro densità arrivano, in una colonna d’acqua, sino al fondale.

Detriti trasportati dallo tsunami in Giappone

Il maremoto che l’11 marzo 2011 ha colpito il Giappone ha riversato in mare una enormità di detriti, ma il dito è puntato sì sull’apporto dei fiumi, il transito dei traghetti, la caduta di interi container dalle navi cargo, ma soprattutto sulle nostre cattive abitudini: l’Italia infatti detiene il non invidiabile record di essere il primo Paese in Europa per consumo di sacchetti di plastica “usa e getta” e addirittura ne commercializziamo ¼ della totalità comunitaria.
A nulla per ora sono valse le voci per denunciare ciò, il docente di diritto della navigazione all’Università di Bari, Nicolò Camineo, ci ha provato col suo libro-inchiesta “Nel mare dei pirati” (Longanesi) e pure nel suo volume “Come è profondo il mare” (Chiarelettere) pubblica i risultati sulla salute del mare, ma a nulla sono valsi i suoi sforzi, il rapporto tra plastica e massa zooplancton è ormai arrivato a soglie di 6 a 1.

Ma tutto ciò é una goccia nel mare dell’indifferenza generale ed il rischio è che questi allarmi che ormai suonano di continuo non vengano più ascoltati da nessuno.

Vas

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About Vassura

Residente ad Alfonsine (vicino Ravenna), si è diplomato in Agraria all' Istituto Scarabelli di Imola e da lì ha iniziato a scrivere (giornalino studentesco), ha poi frequentato tre anni di Università a Bologna ed ha iniziato l'attività di assicuratore in Ras, che attualmente ancora persegue ma solo come consulente aziendale indipendente. Gli piace ascoltare musica blues, folk e scarpinare in mountain bike. Animatore e P.r. in località Milano Marittima fino al 2001, é da sempre volontario e socio WWF. Capacità di comunicare e lavorare in team, unito allo spirito di adattamento, immaginazione e capacità di organizzare in modo equilibrato il tempo, fanno risaltare in lui doti di generalista più che di specialista..