Il re è morto, viva il re

“Morte politica” annunciata quella del “flop” elettorale al referendum costituzionale del 4 dicembre scorso che ha portato Matteo Renzi a dimettersi come premier e segretario Pd, ma come nella miglior tradizione nazional-popolare vige il detto transalpino “Le roi est mort, vive le roi” ( “Il re è morto, viva il re”) espressione dell’italico “Morto un papa se ne fa un altro”, tanto per affermare la continuità di carica e funzione politica del successore.
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To be or not to be, that is the question.

E’ una delle frasi simbolo della letteratura e nell’immaginario popolare appare come battuta esistenziale inerente dubbi e indecisioni dell’uomo.

Stessi dubbi e indecisioni del giugno 2016 in occasione del referendum “Brexit”, l’urna britannica ha però sentenziato “Leave” ovvero lasciare l’Ue, pochi giorni fa infatti l’ambasciatore inglese a Bruxelles Sir Tim Barrow ha invocato l’art. 50 del Trattato di Lisbona ossia la clausole che consente il “Leave” e di fatto consentito, con o senza accordi fra i negoziatori, l’uscita fra due anni della Gran Bretagna dall’Unione Europea, per quella data il parlamento britannico cancellerà e sostituirà il documento di adesione alla Ue del 1972.
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Suffraggette in “tacco 12”, e/in…voluzione dell’8 marzo?

Conquiste sociali in primis ma anche politico-istituzionali a 360 gradi, dalle “suffraggette” britanniche del 1869 alle donne “tacco 12” del nuovo millennio che festeggiano a mimosa e champagne, l’otto marzo è ricorrenza di emancipazione tutta al femminile che da “proposta” di nicchia è diventata nei secoli sinonimo di diritto, anche sostenuto da uomini, a lottare e manifestare per la stessa giusta causa.

Le lotte per il cambiamento della società vide sugli scudi le donne del Regno Unito e Francia con quest’ultime, fin dall’inizio della rivoluzione francese nel 1789, a manifestare con coraggio le prime rivendicazioni ai danni di Robespierre che però non si fece scrupolo, cancellò “quote rosa” e privilegi ghigliottinando senza pietà.

E’ invece dai primi anni del novecento che gli Usa hanno lanciato questa celebrazione “Woman’s Day” ricordando a modo loro violenze e discriminazioni da esse subite nel tempo in tutto il mondo, l’Europa di allora, soprattutto Svizzera, Germania, Austria e Danimarca e solo successivamente in ordine sparso Russia e Francia, si “accodarono” di buon grado unendosi all’evento celebrativo yankee “benedicendo” di buon grado le rivendicazioni sindacali e politiche (diritto al voto) tutte rivolte al femminile, appena in tempo prima dello scoppio della prima guerra mondiale avvenuto nel luglio del 1914, che pose termine drammaticamente a tutto.

In Italia i primi gruppi di donne furono di matrice borghese seguiti poi da cattolici e socialisti ma chissà che avrebbero commentato di “manifestazioni” come Miss Italia, sfiancante catalogo di ragazzotte in costume da bagno, anacronismo sessista di queste fanciulle in fiore, fabbrica di illusioni di trepidanti mamme; quel che non si capisce è perché Mirigliani padre, poi causa età ora la figlia, abbiano per forza dovuto tradurre in scrittura una sfilata di ragazze, raccontarne aneddoti e particolari caratteriali fino allo sfinimento, esibirne slogan “né nude, né mute” e di ciò farne uno show.

E’ forse oggi solo pseudo-femminismo questo, femmine fascinose con fisici scolpiti, la piega sempre in ordine e perennemente in tacco 12, che piace al marketing ma nulla a che vedere con quello vero dell’800 che ha portato il “gentil sesso” a rivendicare diritti negati, le suffraggette non erano graziose e patinate bensì arrabbiate, ribelli e provocatorie.

Una maldestra “emancipazione” ci ha portato ad esempi nemmeno tanto rari di madri che si mescolano con le figlie, in modo da tenerle d’occhio, col rischio di diventar ingombranti per bellezza e fascino o alcune addirittura di alcune che si iscrivono all’università con la prole con l’idea di continuare a crescere insieme; ma se è vero che sento tante mamme dire di essere le migliori amiche dei propri figli, non sento mai in contrario, semmai forse solo per la paura di definirle sgomitatrici.

Da qualche anno nel Woman’s Day c’è però poco da festeggiare anche perché il consumismo, che pure si è impadronito di qualsiasi altra ricorrenza, festa della mamma, del papà, San Valentino, Natale, Pasqua ed Epifania sembra essersene dimenticato: probabilmente perché è troppo poco glamour sponsorizzare serate per sole donne seduttrici che esaltano i maschi in vetrina.

E invece sarebbero tanti i campi che dovrebbero essere rifondati per l’otto marzo, il lavoro ad esempio, dove regna la regola del successo con poca famiglia, poca casa e niente figli pena il declassamento o l’allontanamento, oppure quello dell’esaltazione della donna ammaliatrice dello spot Tv, però non quella di cervello che affascina con parole e idee ma invece quella nuda e disponibile a cui ormai siamo assuefatti come fosse normale che le donne vengano in linea generale rappresentate così.

Giuseppe “vas” Vassura

C’eravamo tanto amati

“Piuttosto che inseguire un’improbabile felicità è meglio preparare qualcosa di piacevole ricordo per il futuro”, questa una delle recensioni più calzanti per descrivere al meglio il senso del capolavoro del 1974 di Ettore Scola.

C’eravamo tanto amati è stato premiato col Nastro d’argento per i “non protagonisti” Aldo Fabrizi e Giovanna Ralli, Globo d’oro per “miglior attore” a Vittorio Gassman, “miglior attore rivelazione” Stefano Satta Flores, Grolla d’oro al “regista” Ettore Scola e “miglior attrice” Stafania Sandrelli.

Il film ebbe grandissimo successo anche nelle sale italiane e riempì le pagine dei rotocalchi di quei tempi segnando decisamente una rivoluzione nel panorama della commedia italiana per l’innovazione e stile del racconto.

Il ritratto di un’Italia in tumulto ed in cambiamento del film di Scola ricalca una “storia” che sembra ripetersi ai giorni nostri in quanto le trame di partito non sono solo cornice del lavoro parlamentare al servizio dei cittadini ma purtroppo la fanno da padrone, oscurando le priorità del Paese.

L’ultimo intoppo in ordine di tempo riguarda il “mal di pancia” che soffre il Pd, prioritaria forza politica e di governo del Paese, che rischia dopo il roboante massimo storico alle Europee del 2014 (40,8%) di cambiar faccia; un cammino lungo un decennio iniziato a Spello nel 2008 con Walter Veltroni e che ha visto nel “rottamatore” Matteo Renzi l’uomo necessario, forte del 67,5% alle primarie del 2013, per far decollare l’ideologia socialdemocratica europeista anche in Italia.

La scissione di una parte degli iscritti, oltre alle conseguenti implicazioni di ordine governativo, rischia di ridimensionare ciò che il Pd rappresenta anche al Parlamento Europeo come primo partito nazionale per numero di parlamentari e per percentuale di voti ottenuti; all’oggi sono una ventina gli “scissionisti” che reputano il riformismo di sinistra altra cosa rispetto a quel che è diventato il Pd renziano negli ultimi anni, troppo lontano dalle dottrine di Pertini, dall’eurocomunismo di Berlinguer e perfino dall’ Ulivo di Prodi.

Ad aver scosso le fondamenta del Pd non è stata la sinistra “radicale” ormai ai margini e con risultati quasi insignificanti, né i proseliti di una destra ormai orfana del “cavaliere”, né il disegno di qualche “grande vecchio” rottamato, ma forse solo la colpa di non aver “aggiustato” il Pd stesso in quanto il suo ceto dirigente è apparso poco credibile quando ha prospettato grandi cambiamenti nella società e nelle istituzioni.

Nella politica moderna il rinnovamento coincide si in gran parte con il ricambio di una classe dirigente ma l’inadeguatezza in certi ruoli deve essere tempestivamente corretta perché il suo perdurare fa perdere consensi; soprattutto a livello amministrativo come garanzia di buongoverno e di etica qualcosa nel tempo forse è andato storto e ciò ha logorato un sistema fatto di protagonisti e comprimari che sono stati negli anni sempre gli stessi.

Destra storica (1861-1876), Fascismo (1922-1943) e Democrazia Cristiana (1945-1994) hanno segnato gli anni della continuità dei governi del Paese ma ciò sembra essere alle spalle in quanto l’ “alternanza”, dalla discesa in campo di Berlusconi (1994) in poi, ha visto il centro-sinistra esprimere tre presidenti della Repubblica e governato per oltre la metà dei mandati legislativi.

Restare assieme per così tanto tempo logora “anche se c’eravamo tanto amati” e del resto chi semina vento raccoglie tempesta.

Sta quindi iniziando per il gruppo dirigente Pd la sindrome del perdismo? Ossia quel che può impedir loro, subìta una scissione, di archiviarla (e non rincorrerla) per ripartire di slancio verso nuove sfide, senza imballarsi in modo irreparabile?

Giuseppe “vas” Vassura

Ducati Panigale R, rosso di sera…”Mondiale” si spera.

Nel motociclismo il Mondiale Superbike (Sbk) interessa le derivate di serie, alloro che alla Ducati manca dal 2011 ma è nel mirino, l’amministratore delegato Claudio Domenicali è stato chiaro: “Siamo profettevoli, tecnologici e abbiamo un’inventiva che tutto il mondo ci invidia”, gli ha fatto eco il responsabile reparto corse Luigi Dall’Igna: “Da qui arrivano buone idee che poi sperimentiamo in MotoGP.

Battere le due Kawasaki “Ninja”, soprattutto quella del campione del mondo in carica Jonathan Rea che nell’ultimo biennio ha messo in fila tutti, non sarà facile ma per la Ducati Panigale R le premesse ci sono in quanto la “rossa” di Borgo Panigale ha dominato le ultime gare del 2016 con vittorie a ripetizione (11); è stato inoltre ingaggiato un pilota di classe del calibro di Marco Melandri, oltre al “ri” confermato Chaz Davies, per dare ulteriore garanzia alla continuità di risultati che nel recente passato ha latitato.

Tecnicamente la Ducati Panigale R non è cambiata, motore, aerodinamica, elettronica e sospensioni non hanno avuto granchè bisogno di rivoluzioni perché le performance in pista si sono alla lunga equivalse a quelle delle “giapponesi “mondiali”, ciò che è mancata nel 2016 è stata l’uniformità di prestazioni nei momenti topici del campionato e la presenza di una “seconda guida” (da podio) capace di erodere punti mondiali ai top driver avversari.

Alla fine di febbraio in Australia vedremo quindi se avrà fin da subito le carte in regola per far bene nel Mondiale Superbike, è al ravennate Melandri che i  tifosi della “rossa” chiedono ovviamente di far vincere il marchio italiano, ma anche di non commettere più gli errori del passato ossia “chiudere in un cassetto” quel che non è andato nel 2015 con il team Aprilia in MotoGP e ricordarsi invece di come da dominatore è riuscito a salire per ben 19 volte sul gradino più alto del podio nelle derivate di serie; al gallese Davies si chiede invece continuità, è osannato dal popolo ducatista per le sue frenate al limite e per il gran cuore che butta sempre oltre l’ostacolo ma ha bisogno di saper “dosare” passione e ragione per potersela giocare coi primi tre, e semmai tornar così in MotoGP.

Saranno infine il ventitreenne Lorenzo Salvadori e il “vecchio” Eugene Laverty a far rivivere i fasti delle Aprilia mondiali di Max Biaggi e Sylvain Guitoli? Ai box giurano di si perché le loro RSV4 RF, come d’altronde le due Yamaha YZF-R1 di Van der Mark e Lowes, non sembrano poi essere tanto lontane dalle altre in gara ossia le due F4 1000 RR MV Agusta di Leon Camier e Leandro Mercado e le due Bmw S 1000 RR della coppia Jordi Torres – Markus Reiterberger.

I tempi stringono ed i team non staranno ancora per molto alla finestra, a cominciare da Ducati, ma naturalmente le favorite d’obbligo sono ancora le Kawasaki Ninja campioni in carica di Jonathan Rea e Tom Sykes sempre velocissime, poi le Honda CBR 1000 RR dell’ex campione del mondo Niky Hayden e Stefan Bradl.

I tempi “monster” delle due Panigale di Melandri e Davies ottenuti nei test invernali fanno però sognare il popolo ducatista e dai box si parla a gran voce che basterà poco di più per sbaragliare la concorrenza, perchè quest’anno la “rossa” è da Mondiale…almeno si spera!

Giuseppe “vas” Vassura

 

Scuola, giostra di errori e caos

Diversi mesi fa, all’indomani del primo giorno di scuola, il premier Matteo Renzi dichiarò: “Un anno di curiosità e passioni”, gli fece eco il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini parlando di “Sfide importanti e grandi responsabilità”, all’oggi però nulla è cambiato sulla giostra di errori e caos che affligge la scuola; l’insegnamento, anche in Italia, dovrebbe essere un diritto ed una giusta opportunità data ai ragazzi ma sembra che più passano gli anni più studiare in questo Paese serva quasi a nulla.
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